MEGLIO DI QUANTO SI PENSI

MEGLIO DI QUANTO SI PENSI

L’andamento dell’economia mondiale dopo la recessione del 2008 è stato paragonato a quello di un cavallo da tiro, sia per la sua persistente crescita sia per un tasso di sviluppo decisamente sottotono rispetto a riprese storiche ben più vibranti. Ci si attendeva una velocità di sviluppo intorno al +3% o 4% del PIL e ci si è dovuti accontentare invece di un +2% in media, con alcune aree del mondo sviluppato quali Europa e Giappone palesemente in difficoltà nel raggiungere anche il pur modesto traguardo.

Negli ultimi mesi del 2017, tuttavia, pare che le cose stiano un po’ cambiando: gli Stati Uniti crescono oltre il 3% e in Europa si assiste al risveglio dell’attività manifatturiera e dell’export. Anche i salari sembrano finalmente aver imboccato la direzione di uno sviluppo apprezzabile, dando luogo a loro volta ad un aumento dei consumi. Molti sottolineano che tali dinamiche si risolvono nel fatto che “i ricchi diventano ancora più ricchi” mentre le classi meno agiate ricevono una porzione percentualmente inferiore di tali aumenti (e tuttavia non condividiamo come un dogma di fede che le ineguaglianze siano di per sè così esecrabili, quando comunque c’è un miglioramento anche per gli altri, comunque infinitamente meglio di una perequazione all’insegna dell’immiserimento generale), ma sembra che, almeno negli Stati Uniti, le cose non stiano proprio così.

Infatti i dati diffusi dal Ministero del lavoro USA segnalano che, mentre ci sono due milioni di occupati in più rispetto a dodici mesi fa, le retribuzioni nel loro complesso sono aumentate in media del 4,1%, ma quelle del 25% in fondo alla scala degli stipendi sono cresciute invece del 5,3%, a fronte di un +3,9% per i lavoratori nella mediana e di un +2% circa per i lavoratori di fascia alta. La marea montante dei salari solleva tutte le barche ma in particolare innalza dunque maggiormente quelle più svantaggiate. Chi fino a poco tempo fa sosteneva che l’economia non era veramente in fase di recupero ha dovuto fare marcia indietro, e oggi si rifugia nel qualificare la ripresa come una bolla gonfiata dal nuovo indebitamento delle famiglie.

Anche questa lettura dei fatti appare inesatta, dal momento che, se è vero che il debito totale delle famiglie ha raggiunto un nuovo record, il suo ammontare relativo alla ricchezza è del 13,7%, uno dei tassi minori della scorsa generazione, mentre quando Lehman Brothers fallì era, per esempio, al 19,4%. Inoltre nei quattro anni scorsi il tasso di debiti finanziari – interessi debitori più costo del leasing automobilistico, più affitto e altri impegni mensili diviso per il reddito – si è mantenuto sui livelli più bassi dai primi anni ’80. E se il contenzioso su prestiti per auto e studenti è aumentato, il totale dei pagamenti in ritardo di un periodo significativo (oltre i 90 giorni) è diminuito  però di ben il 61% rispetto al picco del 2010, inclusi i mutui per la casa e le carte di credito.

Viceversa, stando ai dati forniti dall’Istat per il nostro paese, sembra che i salari siano aumentati con una proporzione inversa rispetto agli USA, e che quindi le disuguaglianze siano aumentate. Resta da comprendere quali siano i fattori alla base di una simile dinamica salariale, certamente non incoraggiante, anche se il mero dato dell’aumento complessivo degli stipendi porta finalmente un qualche maggiore ottimismo in una economia da troppo tempo in fase di stagnazione. L’evoluzione dei salari in Europa è simile a quella italiana, interpretata però in modo notevolmente diverso da paese a paese; si registrano infatti tassi di disoccupazione e movimenti dei salari decisamente eterogenei.

Una menzione particolare merita il Regno Unito, alle prese con la Brexit. Attualmente le previsioni macroeconomiche per il 2018 e il 2019 sono poco incoraggianti e scontano una possibile recessione come frutto immediato del distacco dall’Unione Europea. John Greenwood, capo economista di Invesco, una casa di investimento inglese di alto standing, ritiene che, se la Gran Bretagna dovrà soffrire nel breve per la sua scelta di politica economica, però nel medio-lungo termine lo svincolo dalla UE, definita “un mercato protetto e pesantemente regolamentato” dovrebbe premiare l’economia inglese per la sua maggiore flessibilità e per l’adesione a politiche di libero mercato.

Ma oltre alle buone performance economiche anche il fattore politico è riemerso come elemento caratterizzante per l’attuale congiuntura. Circa una settimana fa, infatti, Trump ha ottenuto il primo risultato legislativo di rilievo rispetto alla sua agenda elettorale: il Senato USA, dove la maggioranza repubblicana è risicata, ha approvato, pur per pochissimi voti, la riforma fiscale in un testo diverso ma compatibile con quello approvato dal Congresso. Ora si dovrà mettere mano alla cosiddetta procedura di “Reconciliation” tra i due testi per arrivare alla firma del Presidente in calce alla legge, ma l’ostacolo maggiore è stato superato, e l’effetto dell’abbassamento dell’imposizione fiscale sulle imprese non dovrebbe mancare di esercitare una benefica influenza sugli utili societari e, di riflesso, sui mercati azionari.

Un secondo elemento di rilievo, dopo il fallimento del negoziato per la coalizione “Giamaica” (CDU-Liberali e Verdi) in Germania, è stata la nuova disponibilità del maggiore partito alternativo alla Merkel a negoziare una edizione rinnovata della Grosse Koalition. La strada non appare facile, dato che gli anni di coabitazione CDU-SPD hanno portato il partito socialdemocratico ai minimi elettorali del dopoguerra, ma non impossibile, e una collaborazione tra i due maggiori partiti potrebbe dare stabilità  e durata al prossimo governo più di quanto sarebbe presumibilmente riuscito alla coalizione con i verdi e i liberali.

Infine, tornando ancora al Regno Unito, nell’imminenza del decisivo incontro di metà Dicembre i negoziati tra UK e UE hanno ricevuto un significativo impulso da parte inglese, anche se in presenza della controversia relativa al confine tra le due Irlande. Se la politica, farà la sua parte risolvendo alcuni delicati nodi problematici, ciò potrebbe costituire un ulteriore volano per un’economia globale in accelerazione, naturalmente nell’ipotesi che non ci siano smottamenti improvvisi degli equilibri internazionali.

CONCLUSIONI

Il ciclo economico che stiamo vivendo è il secondo più lungo di sempre, e già questo solo fatto deve indurre ad una certa prudenza nel prevedere orizzonti radiosi a lungo termine. Tuttavia i cicli economici non muoiono di vecchiaia; c’è bisogno di cause scatenanti per avere un arresto dello sviluppo con la conseguente recessione, che attualmente non è ancora alle viste né nei fondamentali macroeconomici né, tanto meno, nelle posizioni delle autorità monetarie.

E’ plausibile quindi pensare che almeno nei prossimi sei-dodici mesi l’economia e i mercati possano continuare ad avere, salvo sorprese clamorose, un leggero vento in poppa. Di conseguenza sono prematuri gli investimenti in beni rifugio e in asset che privilegiano l’assenza di rischio a danno del rendimento. In sintesi, e data l’età del ciclo: avanti con giudizio, tenendo presente che a inizio anno, se la riforma fiscale USA non entrasse in vigore già l’anno prossimo ma solo nel 2019, potremmo avere turbolenza al ribasso.

 

P.S. Con questo numero di Mare Aperto la pubblicazione compie dieci anni dal suo inizio. Ringrazio i miei lettori per la loro fedeltà e il loro interesse

Stelvio Bo