STABILITA’ A BREVE TERMINE

STABILITA’ A BREVE TERMINE

Se vogliamo trovare una guida interpretativa dell’attuale momento economico e dei mercati, tra le tante e disparate voci che preannunciano crolli imminenti e pericoli in agguato, dobbiamo rivolgerci ai dati macroeconomici più attuali e in particolare a quelli che anticipano l’andamento delle variabili più importanti, prima fra tutte quella relativa ai consumi. Non crediamo molto a metodi alternativi che cercano di estrapolare lumi circa il futuro dai dati più recenti sull’andamento dei mercati: questi approcci, che vengono ricompresi sotto il termine generale di analisi tecnica, ci sembrano di qualche utilità nel brevissimo termine ma inadatti a indicare le linee guida di gestione dei portafogli su percorsi di lunga durata, in particolare nei momenti di svolta e cambiamento del ciclo come quello che ci si prospetta davanti.

Partiamo dal mercato più importante e più avanzato in termini di svolgimento del ciclo economico, quello statunitense. I principali indicatori di salute dell’economia permangono tuttora positivi; gli investimenti sono in aumento e il mercato del lavoro è in ottima forma, con l’indice di disoccupazione vicino ai minimi storici e, forse, già oltre la soglia che fa risvegliare l’inflazione. La teoria economica ha individuato da tempo una relazione tra tasso di disoccupazione e inflazione, stabilendo che quando la disoccupazione è sufficientemente bassa e le aziende devono alzare i salari per attrarre i lavoratori ciò fa ripartire l’inflazione (curva di Phillips). Si è recentemente dubitato molto dell’attualità di questa teoria perché a fronte di una discesa impressionante della disoccupazione USA da oltre il 10% all’attuale 4,3% non si sono registrati segni tangibili di inflazione. Molti economisti stanno dunque ridisegnando la curva di Phillips in modo da rendere l’inflazione sensibile al calo degli occupati solo a partire da un livello molto più basso di quanto si facesse in precedenza; fintanto, cioè, che permane una riserva di disoccupati pronti ad essere assunti, i salari non salgono e l’inflazione resta sottotraccia. Solo quando lo stock di forza lavoro disponibile viene davvero prosciugato le aziende, per attrarre lavoratori che ne soddisfino le esigenze, iniziano ad offrire stipendi più alti: e ora potremmo davvero essere arrivati in quel punto. Nell’arco dei prossimi mesi potremmo dunque vedere un aumento significativo dell’inflazione, dando luogo alle condizioni in cui la banca centrale americana potrebbe alla fine procedere senza inibizioni al rialzo dei tassi di interesse più volte preannunciato.

Tornando ai dati macroeconomici, il mercato del lavoro tanto vitale ha prodotto un aumento dei consumi e innescato una spirale virtuosa nel settore immobiliare. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se i mercati finanziari risentono di questa situazione e si mantengono con convinzione sui livelli massimi. A favore del mantenimento di una buona condizione dell’economia americana ha comunque giocato anche la debolezza del dollaro, che ha tolto dall’azienda USA il peso della ripresa mondiale per distribuirlo anche sulle spalle di Europa, Giappone e resto del mondo.

L’Europa sta vivendo tuttora una fase antecedente del ciclo economico rispetto agli USA, e non ha ancora riassorbito nel processo produttivo tutta la forza lavoro, specialmente nei paesi meridionali o periferici; il livello degli investimenti e i consumi, inoltre, sono meno brillanti che negli States e, soprattutto, distribuiti in maniera diseguale nei vari stati che compongono l’Unione. Tuttavia la congiuntura positiva sta dispiegando i suoi effetti anche nel vecchio continente, e il tasso di crescita del PIL anche se non brillante (+2% circa), è tuttavia soddisfacente. Se negli ultimi mesi dobbiamo registrare che la forza della divisa comune, passata in poco tempo da 1,12 a 1,18 contro il dollaro in effetti ha un po’ appesantito tale miglioramento, nei mesi prossimi c’è una diffusa previsione di un suo calo grazie ad un aumento prevedibile dei tassi di interesse del dollaro con conseguente aumento del suo valore.

Il Giappone dal canto suo si sta trovando in una situazione peculiare. Sta cercando con enormi sforzi di lasciarsi alle spalle un ventennio di deflazione e probabilmente la Banca del Giappone sarà l’unica a livello mondiale a mantenere una politica economica espansiva quando la FED e la BCE avranno invertito la rotta. Per rinforzare politicamente la sua ristrutturazione economica, il primo ministro giapponese ha convocato nuove elezioni che si svolgeranno a breve con l’aspettativa di rafforzare la sua posizione e di conseguenza infondere più autorevolezza alla sua linea politica riformista.

Il resto del mondo, Cina in primis, sta in scia rispetto ai paesi avanzati e usufruisce a sua volta di un periodo positivo, con qualche eccezione (in particolare Brasile e Russia) dovuta a situazioni specifiche, tuttavia in corso di miglioramento.

I mercati finanziari, come accennavamo, sono quasi ovunque sui massimi e perciò inducono ad una certa prudenza, anche se per i prossimi dodici mesi potremmo ancora rimanere in una situazione relativamente tranquilla.

CONCLUSIONI

La repressione finanziaria delle banche centrali e i tassi bassissimi sono tuttora in auge e perciò gli investimenti obbligazionari sono molto avari di soddisfazioni per gli investitori. Qualcosa di più si ottiene per attività più rischiose, in particolare per quanto riguarda le azioni, anche se i livelli delle valutazioni di borsa, specie sul mercato americano, hanno raggiunto livelli davvero molto alti.

Conviene fare scelte prudenti e selettive. E’ però ancora presto per comprare oro.

Stelvio Bo