E’ ORA DI PREOCCUPARSI PER LA FINE DEL CICLO ECONOMICO?

E’ ORA DI PREOCCUPARSI PER LA FINE DEL CICLO ECONOMICO?

Come è noto, il ciclo espansivo attualmente in corso a livello globale è il secondo più lungo della storia economica moderna; è naturale che ovunque ricorra la fatidica domanda “quanto ancora potrà durare ?” Più il tempo passa e più si affollano sulla stampa specializzata gli articoli che si interrogano esplicitamente sul tema. Ultimo in ordine di tempo il prestigioso settimanale americano Barron’s, che ha il suo servizio di copertina dedicato all’argomento (“How this bull market will end” Come finirà il rialzo azionario).

La risposta dell’articolo alla domanda “E’ il caso di agitarsi per la fine del grande rialzo?” è senza tentennamenti negativa, ma la trafila degli argomenti pro e contro la fine imminente della fase rialzista dei mercati merita comunque di essere presa in debita considerazione. Anzitutto viene sottolineato che FED e BCE hanno il problema di sgonfiare il proprio bilancio rimettendo sul mercato quantità significative di titoli e drenando liquidità contemporaneamente a valutazioni di mercato molto alte (l’indice S&P 500 quota 17,7 volte gli utili previsti nei prossimi dodici mesi, un livello inferiore soltanto a quello della bolla di Internet). Se infatti la FED commettesse l’errore di attuare una politica di rientro troppo veloce potrebbe fare da catalizzatore ad un crollo delle quotazioni azionarie. Per riferirci agli esempi storici più vicini, ricordiamo che negli ultimi tre anni l’S&P 500 è sceso del 7,4% in un mese nel 2014, dell’11% in sei giorni nell’Agosto 2015 e ancora dell’11% nel Gennaio/Febbraio 2016. Tutti questi ribassi, peraltro, si sono poi rivelati più che altro buone occasioni di acquisto su correzioni significative senza dar luogo ad un vero mercato ribassista.

Va detto che una FED avventata nella sua fase restrittiva non è nemmeno concepibile con Janet Yellen Presidente: più e più volte è riecheggiato il mantra della gradualità e della flessibilità e quindi questo rischio appare piuttosto remoto. Più merito ci sembra avere, dal lato dei mercati, l’argomento che sottolinea la presenza massiccia di investitori in fondi passivi (ETF Exchange Traded Funds) che detengono circa il 20% del mercato azionario. Si tratta per lo più di piccoli investitori, che potrebbero manifestare una certa emotività in caso di storni significativi, suscitando un effetto valanga che potrebbe trasformare il ribasso in una seria perdita permanente.

Dall’altro canto, tuttavia, si fa notare come ciò che inaugura sul serio un vero mercato ribassista (“bear market”) non sono né gli storni né la politica monetaria, ma la recessione economica, un fenomeno che interessa la dinamica del Prodotto Interno Lordo e l’economia reale. Da questo punto di vista, viceversa, i dati macroeconomici sono al momento confortanti e in ripresa: il PIL USA è aumentato del 3% nel secondo trimestre e quello europeo del 2,5%; a livello globale le previsioni di crescita per il 2017 si attestano intorno al 3,5%. Altro dato estremamente positivo negli USA è il livello di disoccupazione, ora sui minimi storici (4,4%) cui fa riscontro una performance in miglioramento anche nell’Unione Europea (7,8%). Infine, il segno premonitore per antonomasia di una imminente recessione, la curva dei rendimenti invertita, dove i tassi a breve termine sono più alti dei tassi a lungo termine, non è affatto presente né esistono segni anticipatori di un tale evento.

Occorre segnalare che ai tanti dati positivi a livello macro ha certamente contribuito in varie guise il deprezzamento del dollaro USA: a) le esportazioni americane ne hanno tratto vantaggio tonificando l’economia USA e di converso tutte le altre; b) le materie prime hanno diminuito il loro costo; c) i paesi emergenti hanno visto alleggerirsi il peso del loro debito in valuta; d) l’Europa ha sopportato, per ora, senza fermare la sua corsa, lo svantaggio alle esportazioni forte di una congiuntura vivace. Anche l’economia italiana, in stallo da un decennio per motivi strutturali, è riuscita ad avvantaggiarsi di questa corrente ascensionale, come riscontrato da segnali positivi (PIL + 1,5% annuo) e dall’andamento del suo mercato azionario; mostrando che sotto la cenere di una amministrazione pubblica inefficiente e di leggi inutilmente complicate e defatiganti per l’iniziativa economica cova il fuoco dell’imprenditorialità e della capacità di competere.

CONCLUSIONI

Lo stato dell’economia sconsiglia di mettere i portafogli in posizione di avversione al rischio, essendo ciò prematuro. Tuttavia è consigliabile una posizione prudente, con una buona percentuale di liquidità, per evitare di sporgersi troppo su certe posizioni ed essere invece pronti ad avvantaggiarsi di eventuali spazi di crescita latenti (ad esempio, derivanti da una azione di politica economica USA che adempia almeno in parte alle promesse elettorali di Trump concernenti il fisco e la semplificazione legislativa).

Stelvio Bo