RISCHI MODERATI E CICLO ECONOMICO MATURO

RISCHI MODERATI E CICLO ECONOMICO MATURO

In termini di ampiezza della crescita globale la prima metà del 2017 si sta rivelando l’anno migliore dal 2011. Un ‘impennata nella velocità dell’economia in Giappone ed Unione Europea e utili societari solidi praticamente ovunque hanno ampiamente compensato qualche dato sfavorevole e in particolare un risultato sotto le aspettative per il PIL USA del primo trimestre (+0,7% poi rivisto al rialzo a +1,2%). Ci sono chiari segnali che la crescita ha ingranato. L’utilizzo dei fattori produttivi nelle maggiori economie è ulteriormente aumentato; e in alcune economie i tassi di disoccupazione sono tornati su livelli coerenti col pieno impiego. L’inflazione si è portata su livelli più vicini agli obiettivi delle banche centrali e i rischi di deflazione non figurano più nelle previsioni economiche. Non solo, ma il “sentiment” dei mercati è cambiato anche più dei dati obiettivi. Al passato scoramento è subentrata una certa fiducia.

Le aspettative sono che l’economia prosegua nella seconda metà dell’anno le tendenze manifestate nei primi sei mesi. I cali dell’inflazione negli Stati Uniti sembrano aver finalmente raggiunto il fondo e la situazione tanto finanziaria quanto delle scorte suggerisce che il rallentamento nel settore manifatturiero sarà modesto e passeggero. L’espansione in Giappone e nell’Unione Europea è robusta e partecipata da tutti i settori; anche i mercati emergenti mostrano miglioramenti. Tutto ciò compensa più che abbondantemente il calo delle aspettative sull’atteso stimolo fiscale negli USA, che comunque, persistono in qualche misura per il prossimo autunno.

Fino ad ora la crescita globale si è dunque rafforzata considerevolmente battendo le aspettative. Si prevede che essa raggiunga +3,50% nel 2017. Questo tasso sarebbe in linea con la media storica a lungo termine, sebbene inferiore al quasi 4% realizzato durante il “decennio d’oro” pre-crisi. Il miglioramento è stato particolarmente cospicuo nelle economie avanzate dove, entrando nel 2017, gli indicatori di fiducia hanno raggiunto livelli che non si vedevano da anni. La crescita è stata più variata nei Paesi emergenti, sebbene anche lì sia migliorata, spinta dai prezzi più alti delle materie prime. In particolare, la temuta forte contrazione della Cina non si è materializzata, ancora una volta grazie all’intervento delle autorità a supporto dell’economia, sebbene al prezzo di un ulteriore espansione del debito.

Infine buone notizie dall’Italia: il generoso “Gondrano” dell’imprenditoria italiana ancora una volta ce l’ha fatta e sta iniziando a trascinare il sistema economico nazionale fuori dal baratro, nonostante che quasi nessun sacrificio sia stato fatto dal “Padrone”, e cioè il settore pubblico che si rifornisce di risorse a volontà tramite lo strumento impositivo. L’export italiano sta riemergendo autorevolmente in molti settori, non riducibili soltanto ad Agroalimentare/Abbigliamento/Arredamento, e qualche barlume di miglioramento si ha anche sul versante occupazionale.

Questa nostra riconferma nella capacità di trasformare dovrebbe fare definitivamente giustizia da un lato dell’infingardaggine di molti politici nel difendere le ragioni del libero scambio e dei trattati che ne ampliano la portata (casomai badando a ribattere colpo su colpo l’inevitabile tentativo altrui a conquistarsi clausole vantaggiose a nostro danno), e dall’altra del “sovranismo” cosiddetto, nuova superstizione politica che ipotizza che il sovrano di Roma sia per principio preferibile a quello di Bruxelles. Noi ci limitiamo invece a immaginare quello che potrebbero fare i nostri imprenditori una volta sgravati dal peso eccessivo della burocrazia europea ma soprattutto nazionale, nel quadro dell’aureo quanto disatteso principio “mercati globali e governi (molto più) locali”.

Egualmente rimarchevole è stato il cambiamento nelle forze principali che condizionano i mercati. La politica, specialmente il voto britannico per lasciare l’Unione Europea e soprattutto il voto americano hanno dato a tutt’oggi il cambio alle banche centrali. Correlativamente, l’alternarsi di fasi di propensione/avversione al rischio, così comuni nei periodi post-crisi in risposta alle parole o ai provvedimenti delle banche centrali, hanno lasciato il posto a modelli di comportamento differenziati, in sintonia con manifestazioni ed eventi di natura politica. Questo dà ragione, in particolare, dei movimenti dei prezzi finanziari – tra le diverse classi di attivi, settori e regioni – in relazione alle elezioni USA e alla luce delle prospettive future di espansione fiscale, tagli alle imposte, deregolamentazione e protezionismo.

Naturalmente le banche centrali continuano ad esercitare una significativa influenza sui mercati. Con gli Stati Uniti ormai al pieno impiego e l’economia nella fase matura del ciclo, la più grande minaccia alla crescita e ad una prospettiva ottimistica deriva da una possibile stretta monetaria causata da un eccesso di zelo. Fortunatamente la filosofia gradualista della FED in qualche modo rassicura il mercato: un percorso di rialzi su base trimestrale sembra in armonia con la velocità dell’economia e non dovrebbe far vacillare una visione positiva degli asset finanziari. Le azioni appaiono essere ancora la classe di attivi più attraente, seguite a debita distanza dai bond non governativi. Una esposizione azionaria moderata e diversificata geograficamente appare la scelta migliore per cogliere il meglio dalla crescita globale. Sono da preferire il Giappone e l’Unione Europea, con qualche attenzione agli Stati Uniti e minor considerazione della Gran Bretagna.

Da un canto, l’aumentata indeterminatezza induce le banche centrali a muovere i tassi di interesse con molta gradualità, e altrettanto se non più i loro bilanci, con cambiamenti che vengono “telegrafati” in anticipo ai mercati. In realtà non è detto che la normalizzazione debba procedere in modo lineare; piuttosto è prevedibile che si muoverà con fermate e ripartenze, mentre le banche centrali tracciano la loro pista in mezzo a condizioni mutevoli. E tuttavia sarà essenziale per i mercati finanziari e per l’economia reale scrollarsi di dosso l’abitudine e la dipendenza dalla straordinarietà delle politiche degli istituti di emissione.

Le forze di mercato devono riprendersi ciò che è loro, allocando le risorse in maniera adeguata e premiando gli operatori migliori e più produttivi, senza aspettarsi la costante supplenza delle autorità monetarie né, tanto meno, politiche. Queste ultime dispongono di potenti leve direzionali, ma sono inabili alla sintesi informativa e operativa realizzate dal mercato e dalla concorrenza, al di fuori dei quali mai si sono verificati progresso e sostenibilità dei cicli economici.

CONCLUSIONI

Alla luce delle considerazioni sopra riportate riteniamo che un profilo prudente sia il più adeguato a convivere con l’attuale situazione in rapido divenire, cercando di volta in volta di approfittare di occasioni interessanti sia a livello obbligazionario sia azionario che si dovessero presentare. Una allocazione dell’azionario tra il 20% e il 40% appare equilibrata, con preferenza per le aree dell’Unione Europea e del Giappone, ma senza disdegnare anche qualche emergente. Un caveat invece per i titoli di Stato, specialmente quelli a lunga durata: le aspettative di rialzo dei tassi possono tradursi velocemente in significative perdite in conto capitale.

Inoltre, allo scopo di cogliere le opportunità cui si accennava sopra, una certa riserva di liquidità è consigliabile venga mantenuta nel tempo.

Stelvio Bo