DALLE PROMESSE ELETTORALI AI FATTI

DALLE PROMESSE ELETTORALI AI FATTI

Come noto, gli ultimi due mesi del 2016 e i primi del 2017 avevano visto  come catalizzatore degli umori dei mercati finanziari l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Tanto inattesa quanto dirompente, la novità politica aveva inizialmente provocato una reazione rialzista dei mercati molto forte, dettata dall’aspettativa di un cambiamento che oggi, a guardare i nudi fatti, non appare neppure iniziato. Da Trump si attendevano, e per la verità si attendono ancora, rilevanti novità in tema di diminuzione della pressione fiscale, di aumento della spesa pubblica e di semplificazione della regolamentazione di settori nevralgici come l’energia e la finanza: finora di tutto questo non si è ancora visto nulla, e il primo esperimento legislativo di discontinuità, il rigetto dell’Obamacare, è abortito sul nascere. Se si sia trattato di un incidente di percorso, tale in ogni caso da non inficiare una traiettoria riformista efficace, oppure dell’inizio di una catena di difficoltà destinate a bloccare l’outsider anti-establishment che si trova oggi ad essere Presidente degli Stati Uniti, ancora non è dato sapere.

Tra lo scenario relativo ad un Presidente che si pensa onnipotente e quello relativo ad un Presidente ostacolato non solo da una determinatissima opposizione democratica, ma anche da una fronda interna implacabile, Trump dovrà cercare il suo punto di equilibrio, manovrando su un terreno che al primo appuntamento lo ha visto soccombere. In ogni caso il personaggio ama i vistosi colpi di scena, come abbiamo potuto constatare ancora negli ultimi giorni e particolarmente nelle ultime drammatiche ore sul teatro di guerra siriano.

C’è dunque da aspettarsi molta turbolenza finanziaria nel 2017? Per ora, a dire il vero, all’euforia iniziale sta facendo seguito una certa sobrietà, e, come sempre in questi casi, si riparte in primo luogo dall’esame dei fondamentali macroeconomici, rilevando che, se non sono proprio esaltanti, sono però accettabilmente positivi. Il tasso di crescita degli USA è intorno al 2% e il livello dell’occupazione è vicino al tasso minimo superato il quale si ha inflazione da salari, ma il livello dell’inflazione non sembra così sostenuto da poter consentire alla FED di ritenere compiuto il suo mandato. Questa situazione di surplace fa sì che entrambi i bracci di leva delle politiche pubbliche, quella monetaria (FED) e quella fiscale (Amministrazione Trump), pur in potenziale conflitto e su versanti opposti dello scacchiere politico, siano contemporaneamente impegnati a favorire un’evoluzione giudiziosa della congiuntura economica, a distanza di sicurezza da shock improvvisi.

La Cina, seconda economia globale, si sta preparando al prossimo Congresso del Partito Comunista a settembre/ottobre, e appare avviata a mantenere la notevole velocità di crociera testimoniata negli ultimi anni dalle statistiche ufficiali: le previsioni di aumento del PIL segnalano +6,5% circa. Se le previsioni si avvereranno, avremo un effetto positivo sui prezzi delle materie prime e quindi su tutto il gruppo di paesi, emergenti e non, produttori di metalli, petrolio e altre merci. L’attenzione è puntata sul primo round di colloqui bilaterali USA-Cina che sta per iniziare a breve, dal quale si capirà il tasso di litigiosità che i due governi intendono sostenere: dopo i paradossali discorsi pro mercato libero di Xi Jing Ping al forum economico di Davos in Svizzera si avrà un test probante di quanto da un lato e dall’altro ci si potrà permettere di insistere in merito all’adozione di misure neo-protezionistiche.

L’Europa nel contesto globale appare posizionata discretamente, anche se è sempre zavorrata dalle disparità delle sue principali economie. L’ostacolo al momento più insidioso da oltrepassare, tuttavia, è di natura politica, e si riferisce alle elezioni francesi nelle quali il candidato anti UE Marine Le Pen sembra avviato a superare il primo turno, con minime ma pur esistenti probabilità di farcela nel ballotaggio finale del 7 di Maggio. Se tale pericolo verrà scongiurato dalla vittoria di un candidato moderato e riformista avremo probabilmente una risalita dell’Euro e l’annuncio da parte della BCE di un progressivo affievolimento del programma di acquisto titoli che è tuttora in funzione e mantiene le quotazioni agli alti livelli attuali. Peraltro persino in Italia, paese trasformatore e importatore netto di materie prime, sembra soffiare il vento “sovranista” e protezionista, una posizione reattiva da noi evidentemente ancora più irrazionale che altrove.

Il Giappone appare invece fermamente intenzionato a proseguire nel suo sforzo di liberarsi della deflazione utilizzando in modo disinibito sia la leva monetaria, con la Banca centrale che acquista titoli obbligazionari e azionari, sia la leva fiscale, con le politiche espansive del premier Shinzo Abe. L’indebolimento dello Yen, beninteso in un contesto di favore per l’investimento azionario ed altre misure pro mercato, asseconda l’aumento delle esportazioni della terza economia mondiale su un sentiero impervio ma pur tuttavia percorribile.

Il Regno Unito è impegnato a fare i conti con la grande incognita della Brexit, che dichiara di voler percorrere fino in fondo sfidando un partner scarsamente amichevole qual è il comitato presieduto da Michel Barnier, poco disposto a fare sconti alla controparte. L’economia inglese ha dato per ora prova di grande flessibilità, ma va considerato che lo sta facendo durante un periodo privo di tensioni e in sostanziale equilibrio dello status quo. Per il momento si naviga a vista senza pronostici credibili sulla direzione che prenderanno i negoziati, e tanto meno sui loro possibili esiti.

Il gruppo dei paesi emergenti, infine, come accennavamo prima, è per gran parte legato al ciclo delle materie prime, che attualmente non appare affatto esaurito, trainato com’è da un’economia cinese ancora ben determinata a continuare ad utilizzare il suo spazio di sviluppo.

CONCLUSIONI

Seguitiamo a considerare gli Stati Uniti attraenti principalmente nei settori delle medie e piccole imprese, destinate ad essere le principali beneficiarie della deregolamentazione e dei tagli fiscali di Trump, quando ci saranno. L’Europa e il Giappone sono appetibili per quanto riguarda le valutazioni azionarie meno care, e gli emergenti presentano buone occasioni sia sul versante azionario sia su quello obbligazionario, specialmente nei casi di obbligazioni ad alto rendimento.

Sarà bene viceversa prendere le distanze dal reddito fisso a lungo termine negli USA e in Europa.

 

Stelvio Bo