AVANTI CON GIUDIZIO

AVANTI CON GIUDIZIO

L’economia americana ha iniziato bene il 2017, gratificata dall’aumento dei consumi e da quello degli investimenti delle aziende. Non solo le aziende investono di più – era da cinque trimestri che non si vedeva un aumento delle spese in conto capitale – ma sta crescendo anche la propensione a investire nei prossimi sei mesi. Il dato di +1,9% del PIL per il periodo Ottobre-Dicembre, positivo ma inferiore alle attese, non deve fuorviare. Ad un attento esame delle varie componenti del PIL si può notare, infatti, che i consumi sono aumentati del 2,5%, in linea con le aspettative, e tra l’altro la consueta ricerca dell’Università del Michigan sul “sentiment” delle famiglie ha registrato il dato più alto degli ultimi tredici anni.

Questa volta hanno fatto da zavorra le esportazioni, diminuite tanto da assestare un colpo di -1,7% al PIL, dopo avere invece contribuito moltissimo al +3,5% di aumento del terzo trimestre. Dunque è la componente più volatile e imprevedibile ad aver prodotto un risultato modesto, mentre i determinanti strutturali  del risultato nel tempo, i consumi e gli investimenti, hanno evidenziato un buon incremento.

Con la presidenza Trump sembra che stiamo assistendo al ritorno di un capitalismo-non-di-mercato nel paese che più di ogni altro rappresenta questo sistema economico, con la riedizione di uno stretto partenariato tra i vertici delle grandi industrie e quelli dello stato, in nome di un esibito interesse nazionale. Il neo-presidente Trump sta forse diventando il nemmeno tanto paradossale campione della rinazionalizzazione antiglobalista? L’uscita dal TPP (Trans Pacific Partnership) che coinvolgeva dodici paesi dell’area Pacifico, e la minaccia di ritorsioni in termini di dazi alle importazioni dal Messico lo farebbero pensare, generando non pochi dubbi per i rapporti internazionali, per gli scambi commerciali e per la prosperità a livello globale. Gli Stati Uniti, che usufruiscono del dollaro come moneta degli scambi internazionali e di una sensibile superiorità tecnologica ed economica, hanno negoziato in passato accordi commerciali asimmetrici con molte nazioni, comprando in questo modo l’estensione e il consolidamento della propria sfera d’influenza, ma rimane ora da capire se Trump si limiterà semplicemente a ribilanciare le posizioni o finirà per portare avanti una guerra ideologica populista tale da innescare una catena di reazioni e chiusure dall’esito incontrollabile. Prevarrà il buon senso e la negoziazione di compromesso ovvero l’atteggiamento muscolare e poco incline alla trattativa ? Vedremo, a cominciare già dai prossimi mesi. Per ora possiamo sperare che, dai suoi trascorsi di pur chiacchierato uomo d’affari, Trump estragga il realismo di proporre patti se non equi almeno tollerabili con le nazioni controparte, senza deludere la sua base elettorale.

Dal canto loro, i mercati finanziari americani, dall’elezione di Trump in poi, hanno ragionato come se tutte le promesse elettorali potessero essere mantenute, prefigurando il cosiddetto “Goldilocks scenario”, lo scenario “riccioli d’oro” dove tutto va per il verso giusto. I prezzi attuali, quindi, valutano come fattibili: la diminuzione delle imposte, la regolamentazione più favorevole di settori importanti del sistema economico, la costruzione o il ripristino delle infrastrutture e il rientro dei capitali all’estero delle grandi multinazionali, il tutto senza significativi contraccolpi negativi. Se segmenti importanti della politica trumpiana invece si impantanassero, potremmo assistere a ritracciamenti significativi dei prezzi, ma per il momento prevalgono pulsioni e convinzioni rialziste.

In due mercati i prezzi di borsa sono per il momento meno cari, il Giappone e l’Europa. Il Giappone attualmente usufruisce di stimolo monetario e stimolo fiscale insieme e la banca centrale ha dichiarato che lascerà salire l’inflazione al di sopra del 2% prima di ritirare tali stimoli; sono state inoltre approvate leggi che rendono più conveniente per gli investitori, istituzionali e non, l’investimento azionario. Aggiungiamo a ciò che il mercato del lavoro è saturo e che quindi, a differenza che in Europa, non ci sono più disoccupati che possano accontentarsi di un qualunque salario: l’aspettativa è perciò che la dinamica degli stipendi possa migliorare a vantaggio dei consumi, innescando una dinamica positiva.

Più complessa è la situazione europea. La nostra versione degli stimoli monetari è più blanda (la BCE non compra azioni in borsa come fa la Bank of Japan) e soprattutto il membro più influente dell’Unione, la Germania, continua a premere per la diminuzione degli acquisti di titoli obbligazionari della BCE paventando l’inflazione prossima ventura. Tuttavia, dopo la Brexit e l’emergere di spinte anticomunitarie in tutti i maggiori stati, la Commissione sta finalmente promuovendo un quantum di stimolo fiscale anche nel Vecchio continente. I prezzi di borsa sono saliti, restando però distanti dai multipli di New York.

I mercati emergenti, infine, restano per ora in un limbo – né attraente né repellente -, in attesa e in dipendenza degli andamenti (e delle politiche commerciali) dei paesi industrializzati, e di essere spinti da questi nella direzione  -sviluppo o contrazione -, legata spesso ai corsi dei prezzi delle materie prime e in particolare del petrolio. Le divise di alcuni di questi Paesi sono peraltro scese al di là dei loro demeriti, e potrebbero quindi rappresentare, dopo attenta ponderazione, una buona occasione di acquisto.

CONCLUSIONI

Mantenere una certa quota di azioni, pronti ad approfittare di eventuali storni per ampliarla, avendo conservato una parte del portafoglio liquida. Cogliere le occasioni sulle divise emergenti sottovalutate. Tenere l’attenzione puntata anche sulla sterlina inglese.

Stelvio Bo