CAMBIO DI SCENARIO

CAMBIO DI SCENARIO

L’elezione di Donald Trump segna una svolta degli Stati Uniti, sia all’interno sia a livello globale, che qualcuno paragona a quella che impresse la presidenza di Ronald Reagan. Il baricentro della politica si è spostato all’improvviso dal tema della redistribuzione del reddito disponibile a quello della produzione di nuova ricchezza. La pressione fiscale verrà dunque resa più leggera, l’ipertrofico apparato regolatorio introdotto da Obama sarà semplificato. D’altro canto verrà dato corso ad una serie di opere pubbliche di cui si avverte da tempo la necessità. Questo, almeno, sembra il convincimento dei mercati finanziari, che, contrariamente alle previsioni intimidatorie fatte circolare sui mezzi di informazione, hanno accompagnato l’inatteso risultato elettorale con rialzi record (l’indice S&P 500 è salito dal 9 Novembre al 27 Dicembre di più del 6%).

All’agenda protezionistica di Trump sugli accordi commerciali, invece, per ora non viene dato molto rilievo. Piuttosto, su questo argomento prevale una posizione guardinga e attendista, dovuta al fatto che per quanto si vede finora, Trump non vorrà usare, se non in misura limitata, l’innalzamento dei dazi come arma principale, preferendo invece mettere in discussione gli accordi multilaterali (per esempio il Nafta nel Nord-America e il TPP nell’area pacifica) per sostituirli con negoziati e trattati bilaterali con le singole nazioni, più vantaggiosi degli esistenti per gli Stati Uniti.
Le prime mosse del neo-presidente sono molto meno inquietanti del previsto, se non addirittura apprezzabili, così come molte delle nomine importanti nei vari rami dell’amministrazione statale; assieme al proposito già espresso di non perseguire Hillary Clinton per le sue mancanze in tema di riservatezza dei dati, fanno di questo inizio di mandato un esordio convincente.

Se si vuole annoverare la politica trumpiana nella voce “populismo”, si tratta, per il momento, di un populismo sui generis, in quanto non pone l’accento soltanto sul leader “vindice” e “padre” del “popolo”, ma anche sulla fiducia negli individui e nella loro capacità di fare. Da questo punto di vista, del resto, l’outsider Trump ha attinto a piene mani dalla cultura politica tipica del partito repubblicano. In una parte almeno di quella stessa cultura invece, è radicata l’avversione per il programma di spesa pubblica annunciato; pertanto per ottenerne il consenso, ne dovrà essere negoziato il perimetro; in tutti i casi viene fatto notare che se le grandi opere faranno lievitare il deficit di bilancio sarà almeno per investimenti duraturi e non per la spesa corrente o il welfare. In conclusione, fino ad ora pare che Trump impersoni il ruolo del politico che finalmente è in grado di sostituire la presenza della banca centrale nell’arena economica, ricevendone il testimone quale fattore di facilitazione e promozione dello sviluppo.

La Federal Reserve Bank (FED) resta al momento la sola ridotta di potere del partito democratico, insieme con la Corte Suprema; è stata aspramente criticata da Trump in campagna elettorale, ed è facile prevedere qualche contrasto andando avanti. Tuttavia il rialzo in questo mese del tasso di interesse di riferimento per gli Stati Uniti (dalla banda di oscillazione 0,25-0,50% alla banda 0,50-0,75%) va esattamente nella direzione auspicata dagli economisti trumpiani, che chiedono inoltre altri quattro o cinque rialzi nel 2017. Ad oggi la FED, che non è stata rinnovata con le nuove nomine da parte del neo presidente, ne ha già previsti due o tre, il che lascia pensare, in omaggio allo spirito pragmatico degli Stati Uniti, che le distanze di posizione non siano irriconciliabili. A gran voce si è chiesto negli USA il rialzo dei tassi, e lo avremo; lo stesso si può dire per l’inflazione e la spesa pubblica.

In altre parole, l’outsider che ha vinto la Casa Bianca potrebbe dare agli Stati Uniti una presidenza più normale del previsto.

Quanto all’Europa, occorre dire che continua l’incertezza politica. L’Italia dopo il referendum ha un governo “tecnico” e, comunque, voterà al più tardi nel 2018. L’Olanda andrà alle urne il prossimo 15 Marzo con il “Partito della libertà” di Wilders leader anti-Islam in aumento nei sondaggi, anche se va aggiunto che per il momento è ben lontano dalla maggioranza assoluta, ed è probabile un accordo degli altri partiti per metterlo in minoranza (l’Olanda vota con il proporzionale puro).

Ma la vera grande incognita per il futuro europeo è rappresentata dalla Francia. Allo stato attuale potrebbero presentarsi al ballottaggio finale Marine Le Pen e François Fillon. Una vittoria della prima, non impossibile, porterebbe, pur in una maggior continuità con l’impianto statalista francese, al disordinato smantellamento dell’Euro, mentre la vittoria di Fillon cambierebbe il volto della Francia in modo clamoroso: Fillon, infatti, si ispira esplicitamente a Margaret Thatcher e promette una svolta liberista che la nazione che ha inventato lo stato accentrato e la burocrazia non ha mai conosciuto nella sua storia, una novità potenzialmente dirompente che non mancherebbe di far sentire la sua influenza anche nel resto d’Europa. Alla Merkel e alla sua amministrazione non si sa cosa dispiaccia di più, ma se, prevalendo, Fillon mantenesse i suoi impegni e riuscisse a sottrarsi all’ostilità delle burocrazie tedesche e comunitarie, l’Europa potrebbe tornare ad esercitare una funzione trainante rispetto all’economia mondiale, in parte subentrando agli Stati Uniti, e sulle sue borse potrebbero verificarsi quei rialzi di cui si parla da anni e che non sono mai arrivati. L’Euro debole sta certamente aiutando ma non può sostituire la ripresa degli investimenti e dei consumi che nascono da una ritrovata fiducia nel proprio futuro e da trend demografici positivi.

Quanto al resto del mondo abbiamo una Cina che si sta obtorto collo ri-orientando dall’export ai consumi interni, e una borsa giapponese che, forte dell’energico sostegno di Abe e della sua politica, sta tornando in auge (il Nikkei 225 è intorno a 19.400), sospinta anche dalla debolezza dello Yen (Usd/Yen a 118).

Gli emergenti in generale hanno visto pesanti deflussi degli investimenti stranieri, non giustificati dai fondamentali delle loro economie. Le borse, quindi, potrebbero avere rialzi significativi, mentre le obbligazioni e le divise locali saranno sotto pressione.


CONCLUSIONI

Riteniamo che una parte significativa dei portafogli debba essere dedicata al dollaro USA e alle borse statunitensi, sempre badando a cosa si profila all’orizzonte. Il Giappone ha spazio per rialzi, così come, almeno nell’attuale contingenza, un emergente particolare come la Russia, dove, nonostante la sua debolezza economica strutturale, lo zar Putin sta impiegando molto vantaggiosamente la sua capacità strategica nella politica internazionale, favorito anche dalle infelici scelte di politica estera americana e dalla situazione europea, molto frammentata e rispetto alla quale è più difficile tracciare orientamenti generali positivi o negativi.

Le motivazioni per detenere oro sono, come dice Stanley Druckenmiller, venute meno con l’elezione di Trump.

Stelvio Bo