NOI E LORO

Un cordiale saluto ai miei proverbiali venti lettori, che ritrovo per questo nuovo inizio !
Comincia infatti con questa pubblicazione una nuova serie di “Mare Aperto” con periodicità mensile. L’intento è di proseguire la proposta della prima serie offrendo una lettura che ci auguriamo chiara e sintetica dei mercati finanziari a livello globale.
Guardare ai mercati finanziari globali implica di tenere sotto osservazione una ingente quantità di dati macroeconomici e finanziari. L’area che ci sembra dunque logico prendere in esame per prima è quella dei primi attori della scena mondiale, gli Stati Uniti, che producono da soli il 25% del PIL del pianeta. Solo in relazione a questo contesto potrà essere interessante esaminare di seguito le economie degli altri Paesi e i ruoli che a seconda dei casi rivestono.
La centralità degli USA nasce non soltanto dalla loro dimensione, ma soprattutto dalla loro empirica capacità di innovazione e di sperimentazione di nuove strade sia nell’economia sia nella finanza. Nel bene e nel male ciò che accade negli States prefigura ciò che accadrà, mutatis mutandis, nel resto del mondo. Ecco perchè, quindi, la ripresa di Mare Aperto prende le mosse ancora una volta dall’osservazione di quest’area economica.

“Negli Stati Uniti continuano i progressi della situazione economica, rendendo l’attuale fase espansiva la più longeva dal secondo dopoguerra. Mentre gli investitori attendono segnali di cedimento dall’economia per via della lunga durata dell’espansione, i dati che escono sono tra i più positivi mai visti in questo ciclo. I dati recenti sull’occupazione mostrano un’espansione continua della forza lavoro, un’impennata dei salari medi (+2,9%) e aumenti del PIL ben superiori al 3%. Nonostante l’evidenza della crescita, i tassi di interesse e l’inflazione, seppure in salita, restano relativamente bassi. Come risultato della riduzione delle imposte e degli aumenti di spesa sulla difesa e sulle infrastrutture il Deficit federale è in aumento. Finora, tuttavia, l’impatto dei tassi di interesse è stato minimo. I critici dell’Amministrazione Trump sostengono che l’aumento del deficit federale alla fine farà alzare i tassi repentinamente e strozzerà la spesa immobiliare e in conto capitale, ma di ciò finora nessuna traccia.” (Byron Wien, Blackstone).

Il commento di Byron Wien, un veterano di Wall Street, ci sembra riassumere molto bene lo stato dell’arte negli Stati Uniti: di fronte al cauto scetticismo di molti commentatori i dati macroeconomici sono sfacciatamente buoni, anzi in sensibile miglioramento nonostante il ciclo sia, secondo i parametri storici, nella sua fase finale.
Purtroppo le cose non vanno altrettanto bene nel resto del mondo. L’Europa, che nel 2017 è cresciuta intorno al +2% e in modo diseguale, sta rallentando, colpita doppiamente dai dazi americani e dall’indebolimento cinese e dei mercati emergenti, nonché dl rialzo del petrolio. Gli sviluppi della Brexit non sono certo di aiuto, e l’incertezza dei negoziati, dopo i danni già inflitti al Regno Unito, sta colpendo anche la UE, generando perplessità negli investitori internazionali. A tale incertezza contribuisce negativamente anche la situazione politica italiana, ora alla resa dei conti tra promesse elettorali e realizzabilità delle stesse. Venerdì 28 Settembre abbiamo avuto un saggio della reattività dei mercati alle distonie italiane rispetto alle traiettorie europee; è comunque ancora presto per valutare (per il momento non abbiamo i dettagli della manovra di governo) e occorrerà molto equilibrio per non tirare conclusioni affrettate e scomposte su quanto sta accadendo. L’Italia, come tutta l’Europa del resto, ha un persistente problema di scarsa crescita economica, e difficilmente il grosso debito pubblico che grava sulle prossime generazioni diminuirà se non si innesca una dinamica virtuosa che spinga l’aumento del PIL più in alto, e d’altra parte è sempre meno facile trovare finanziatori del debito in queste condizioni: se le mosse dell’attuale governo vadano nella direzione giusta o sbagliata sarà oggetto di riflessione verso la fine del mese prossimo, quando il quadro del DEF (Documento di Economia e Finanza) sarà più chiaro.  
Dal canto suo, il Giappone, terzo nella graduatoria del PIL dopo la Cina, sta crescendo lentamente, al ritmo di +1% all’anno. La Bank of Japan è l’unica banca centrale che continua senza deflettere il Quantitative Easing;  l’economia del paese, seppure con esasperante lentezza, appunto cresce e si muove, evitando così di ripiombare nella deflazione. La Cina e tutti i paesi emergenti stanno invece rallentando, sebbene con  tassi di sviluppo normalmente più alti di tre-quattro punti percentuali rispetto alle economie sviluppate.

Possiamo pensare che gli Stati Uniti continuino in corsa solitaria mentre il resto del mondo arranca? Uno sguardo al passato, suggerito da uno studio di Strategas Research, una società indipendente di ricerca di New York, ci segnala che a metà degli anni ’90 mentre i mercati emergenti scendevano del 33% e le borse europee erano in ribasso del 20% lo S&P 500 restava praticamente piatto. Mercati deboli nel resto del mondo possono quindi non avere impatto particolarmente negativo sugli USA. Certo, se Europa e Cina rallentassero seriamente le multinazionali USA che ottengono in quelle aree il 40% dei loro ricavi ne risentirebbero, laddove solo le società medio-piccole ne resterebbero indenni.
Il punto è che mai gli USA sono andati in recessione quando gli utili societari salivano, e la tendenza all’aumento degli utili promette di mantenersi sia nel 2018 (+20%) sia nel 2019 (+7%); inoltre non c’è mai stata recessione quando gli indici economici principali (LEI, Leading Economic Indicators)  erano, come sono ora, in ascesa, e se mai dovessero flettere normalmente passerebbe un anno prima che il declino economico iniziasse a manifestarsi.
Strategas sostiene che prima di una recessione si possono osservare alcuni tipici segni premonitori: i volumi aumentano al realizzarsi di nuovi massimi di mercato; ci sono: massicci ingressi di capitali nei fondi azionari, un notevole aumento di fusioni e acquisizioni, un fitto calendario di nuovi ingressi in borsa, revisioni di utili al ribasso, nuovi massimi decrescenti e allargamento degli spread pagati dai debitori corporate. Tutto ciò era evidente nel 2000 e nel 2007. Oggi l’unico segnale d’allarme è la grande quantità di fusioni e acquisizioni.
Scrive un ex strategist di Richard Bernstein Advisors e Merrill Lynch, Joe Zidle, “la domanda numero uno che mi fanno i clienti è: quando finirà il mercato rialzista ? Una curva dei tassi invertita [cioè i tassi a breve più alti dei tassi a lungo termine] è normalmente un segnale valido della fine del ciclo, così come lo è l’aumento della disoccupazione e l’indebolimento degli indicatori principali dello sviluppo, o l’euforia dei piccoli investitori. Ma nessuno di questi fenomeni è visibile all’orizzonte. Invece vediamo bilanci solidi, accelerazione dei profitti, tassi di interesse relativamente bassi e posizioni scettiche degli investitori”.

Da tempo leggiamo di un passaggio del testimone della crescita dagli Stati Uniti all’Europa, in nome di multipli più bassi delle azioni europee, che sono effettivamente meno care di quelle americane, ma tale aspettativa ci appare illusoria. Le ragioni di una miglior performance degli USA non sono anzitutto economiche, ma, ci sembra di poter dire, politiche. La diminuzione delle imposte sulle aziende (dal 40% al 27% !), l’espansione della spesa infrastrutturale necessaria per ragioni storiche di obsolescenza degli impianti e il riequilibrio delle ragioni di scambio con l’estero (trattato NAFTA in America, rapporti con la UE e con la Cina), insomma le politiche economiche del sulfureo e controverso Trump, assicurano però  agli USA un vantaggio competitivo per ora incolmabile sul resto del mondo. Non è un caso che il leader europeo più accorto, Emanuel Macron, stia cercando di avviarsi, pur con la rituale prudenza europea, su un percorso simile.  Ma ciò che può permettersi il sistema economico americano potrebbe anche non essere ricalcabile in Europa, (e tanto meno valere per un paese trasformatore e quindi “globalista” per vocazione come l’Italia).
Che fare, dunque?

CONCLUSIONI
A noi pare che occorra molto equilibrio e non ci sia oggi una sola strada per estrarre valore dagli asset investibili. Certamente una quota di azionario USA va contemplata, dal momento che non solo Wall Street potrebbe ancora realizzare un sia pur limitato rialzo, ma anche il dollaro nel breve termine potrebbe apprezzarsi leggermente. In ogni caso i titoli a due anni del Tesoro USA rendono il 2,83%.
L’Europa presenta buone opportunità, che però richiederanno a chi investe maggiore pazienza per vederle sbocciare. Lo stesso può dirsi del Giappone e di tutti gli emergenti in buoni rapporti con gli Stati Uniti, come la Polonia, oppure anche, a certe condizioni e con la miglior cautela, come l’Argentina, che ha pagato duramente il tentativo di rientro dalle follie fiscali di Kristina Kirchner ad opera di Mauricio Macrì: il FMI, infatti, come sempre pilotato dagli USA che ne sono il maggior finanziatore, ha deliberato giovedì 27 settembre la concessione del prestito più grande mai concesso ad una nazione in difficoltà: 57 miliardi di dollari. L’auspicio è che gli elettori non si facciano nuovamente adescare proprio ora dal malgoverno di chi li aveva già cacciati in precedenza in una situazione insostenibile.
Infine in un’ottica di medio-lungo termine una piccola percentuale di oro potrebbe entrare nei portafogli.